04.11.2025
Quando la missione diventa un marchio e la fede una storia di successo, la croce si perde di vista. Ma Gesù, scomodo, ricorda: l’amore non si misura in termini di portata, ma nella vera imitazione.
La prima immagine nota della crocifissione di Cristo non è un tesoro della Chiesa ma una pura beffa. Nel centro del potere di Roma, nella scuola imperiale dei pagani sul colle Palatino, è stato trovato un graffito (datato probabilmente al III secolo). Raffigura un crocifisso con la testa d’asino – accanto a lui una persona che parla e un’iscrizione in greco: “Alassameno venera [il suo] dio”.
“(…) ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia”
(I Corinzi 1, 23).
Dall’inizio: un sentiero stretto
Quaranta giorni dopo la sua nascita, Maria e Giuseppe portano il bambino nel tempio. Il vecchio Simeone lo prende in braccio, inneggiandolo come luce per i popoli – e predicendo, allo stesso tempo, che diventerà segno di contraddizione (Luca 2, 34). Gesù stesso non abbellì mai nulla: la croce invece del confort (Marco 8, 34), tenendo conto della derisione (Matteo 5, 11-12, Luca 6, 22-23), normale vento contrario “Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me.” (Giovanni, 18-20).
L’immagine spesso utilizzata di “prendere la croce” non è pia, a prima vista, ma brutale: Quando Gesù parla di “prendere la sua croce” (Marco 8, 34; Luca 9, 23; Luca 14, 27), parlava del cammino di un condannato verso la sua esecuzione – la vergogna e l’impotenza. La croce non rappresenta ogni difficoltà privata, ma le sofferenze dovute all’imitazione – per amore di Gesù. Chi segue Cristo è quindi pronto a perdere. Pronto anche a rinunciare al proprio Io e a dare la priorità alla volontà di Dio, cioè a rinnegare sé stesso.
Quando la missione diventa un marchio
Spesso, l’imitazione è venduta come pacchetto di benessere – la fede come soluzione ai problemi. Il Vangelo della prosperità, la teologia del successo, funziona con una sottile logica di esigenza: credere nel modo giusto + professare positivamente + dare generosamente = salute, soldi e successo.
Ora, questo significa Pasqua senza Venerdì Santo, risurrezione senza morte e trionfo senza fedeltà. E siccome si lotta contro il regresso, si cade facilmente in simili tendenze per ovvi motivi: lo zelo per la missione si trasforma in logica di marchio. E ciò risuona: “La Chiesa deve essere attraente.”
Modificando il linguaggio, si suggerisce al credente che può attivare le benedizioni. La scena è coreografata in modo che la curva di crescita sia corretta. Chi soffre si sente subito in deficit quindi si abbellisce tutto.
Però Gesù non ha mai venduto accessori. La croce non è un ciondolo, ma una preoccupazione. Questo urta, disturba, rovescia le priorità: l’amore incondizionato invece dell’immagine egocentrica, la veracità invece del confort, la devozione invece del miglioramento di sé. Il criterio di misura non è la portata ma l’amore.
Quando l’imitazione genera inconvenienti
Gesù non cerca la lite per il piacere della lite. In Luca 12, 51-53, egli svela la falsa pace – questa tranquillità comoda che copre i problemi esistenziali. La sua pace è diversa: “Vi lascio pace; vi do la mia pace.” (Giovanni 14, 27). Egli porta la verità e la verità separa dall’illusione: scomoda perché smaschera; curativa perché riconcilia.
La sofferenza da cristiano – la “croce” – non significa autodistruzione ma fedeltà con venti contrari. La sofferenza non è cercata, ma viene accettata quando la fede, la verità e la misericordia sono in gioco. Ogni sofferenza non è una sofferenza d’imitazione: non si tratta di avversità private, ma di sofferenze per amore di Gesù – ad esempio quando la veracità provoca inconvenienti o quando la misericordia va controcorrente. L’imitazione costa perché segue la logica dell’amore contro la logica dell’istinto di autoconservazione.
Non un fine, ma un passaggio
“Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato.” (Giovanni 10, 9). Soffrire per colpa di Cristo non è un fine in sé, ma un passaggio: “(…) dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni.” (Atti 14, 22). “Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?” (Luca 24, 26).
Quando Gesù dice che chi perde la propria vita a causa sua la troverà prima, non parla di impulso di morte ma di lasciar andare: abbandonare il controllo – concretamente: perdonare invece di avere ragione, dire la verità nonostante gli inconvenienti, condividere e servire invece di consumare solamente, rispettare i limiti della coscienza, aiutare i deboli.
Ed è così che la croce conduce tramite la ristrettezza verso l’ampiezza, chi segue questo cammino scopre una libertà più grande: libero da verità senza costrizione d’immagine (I Pietro 4, 12-16), libero da ogni paura (Ebrei 2, 14-15), libero d’amare (Galati 5, 13).
Fotografie: Pixabay_hpuppet
Autore: Simon Heiniger
Data: 04.11.2025
Categorie:
Glaube